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Strategie per contrastare il global warming nel bacino del Mediterraneo

By 23 Settembre 2026No Comments

Intervista a Luca Scappini, Consigliere di CNI e Segretario generale di EAMC

 

Il Mediterraneo è una delle aree maggiormente esposte agli effetti del cambiamento climatico. Ondate di calore, scarsità idrica ed eventi estremi impongono ormai di ripensare anche il modo in cui progettiamo e riqualifichiamo gli edifici. Quanto è urgente costruire una strategia specificamente mediterranea per rendere il nostro patrimonio edilizio più resiliente?

Ritengo che sia necessario iniziare a progettare non soltanto per il clima di oggi, ma per quello che gli edifici incontreranno durante tutta la loro vita utile, tema che include peraltro incognite importanti. Temperature più elevate, precipitazioni intense, scarsità d’acqua ed eventi estremi impongono criteri di progetto più adattivi e resilienti. Ma credo che la riflessione debba andare oltre il singolo edificio. Ha ancora senso concentrare sempre più popolazione in città immense, impermeabilizzate, congestionate e spesso povere di verde, mentre intere aree rurali si spopolano, soprattutto oggi che lo smart working rende possibili modelli diversi? La resilienza non può essere soltanto quella dell’edificio: deve riguardare anche il territorio, l’ambiente e il modo in cui scegliamo di abitarli. E questo potrebbe alleggerire la difficile scommessa nelle aree più densamente abitate.

Per secoli l’architettura mediterranea ha sviluppato soluzioni passive estremamente efficaci: orientamento degli edifici, ombreggiamento, ventilazione naturale, inerzia termica, corti e uso attento dei materiali locali. Quanto di questo patrimonio di conoscenze può essere recuperato oggi, evitando di considerare l’innovazione come sinonimo esclusivo di nuova tecnologia?

È evidente che ci sia molto da recuperare. Per secoli, in assenza di impianti e di energia a basso costo, si è dovuto progettare tenendo conto del clima: orientamento, ombreggiamento, ventilazione naturale, inerzia termica, corti e materiali locali erano parte integrante del progetto. Negli ultimi decenni abbiamo forse dato per scontato che molti problemi potessero essere risolti aumentando le prestazioni degli impianti. Oggi credo sia più interessante rimettere insieme le due cose. Innovare non significa necessariamente aggiungere dispositivi o complessità tecnologica: può significare anche progettare meglio, recuperando principi semplici e consolidati e reinterpretandoli con i materiali, gli strumenti di calcolo e le conoscenze che abbiamo oggi. A volte l’innovazione non consiste nell’aggiungere tecnologia, ma nel tornare a usare bene il progetto.

La vera sfida potrebbe essere proprio mettere insieme questi due mondi: tecniche tradizionali e tecnologie contemporanee. Home and building automation, sensoristica, sistemi di controllo e gestione energetica possono rendere ancora più efficaci strategie bioclimatiche consolidate nel tempo. Serve un nuovo approccio alla progettazione capace di considerare edificio e impianti come un unico sistema?

La sfida, secondo me, è proprio integrare meglio edificio e impianti. Un buon progetto dovrebbe prima ridurre il fabbisogno, sfruttando orientamento, schermature, ventilazione naturale, inerzia e materiali adeguati; poi la tecnologia può fare moltissimo per ottimizzare ciò che resta. Automazione, sensoristica e sistemi di controllo possono rendere l’edificio più efficiente e capace di adattarsi alle condizioni reali. La smart building, quindi, non dovrebbe essere un edificio che funziona bene solo grazie agli impianti, ma un edificio già intelligente nella sua concezione, che la tecnologia rende ancora più performante.

Le due sponde del Mediterraneo possiedono esperienze, competenze e condizioni climatiche che possono essere molto diverse, ma anche complementari. EAMC nasce proprio come luogo di cooperazione e scambio professionale tra i Paesi dell’area mediterranea. Quanto sarebbe importante arrivare a un vero e proprio patrimonio condiviso di conoscenze e buone pratiche, mettendo in rete progettisti, università, imprese e istituzioni della sponda nord e della sponda sud?

Il Mediterraneo può diventare un vero laboratorio di confronto, perché condizioni climatiche simili hanno prodotto risposte costruttive, tecnologiche e normative molto diverse. E lo scambio non dovrebbe essere pensato in una sola direzione. Il Nord può mettere a disposizione esperienze avanzate su norme, materiali, impianti e controllo; altri Paesi mediterranei possono avere molto da insegnarci sull’adattamento al caldo, sull’uso passivo dell’edificio e su soluzioni sviluppate in condizioni climatiche più severe. Mettere in rete progettisti, università, imprese e istituzioni potrebbe aiutarci a costruire un patrimonio comune di buone pratiche, non teorico ma fondato su esperienze reali. Il valore dello scambio internazionale e della condivisione delle conoscenze è del resto uno dei temi centrali che ha ispirato questo incontro.

Il workshop EAMC di Bari a MIBA Levante può rappresentare un primo passo concreto in questa direzione. Quale risultato vorreste lasciare dopo l’incontro? Possiamo immaginare non soltanto un momento di confronto, ma l’avvio di un percorso permanente che porti alla definizione di linee guida mediterranee capaci di integrare sapere costruttivo tradizionale, innovazione tecnologica e nuove competenze professionali nella lotta al global warming?

Mi piacerebbe che Bari fosse soprattutto l’inizio di un percorso. Il primo obiettivo dovrebbe essere mettere a confronto esperienze concrete e capire se, dalle diverse sponde del Mediterraneo, emergono alcuni principi comuni su cui lavorare. Ma Bari può avere anche un significato più ampio: ricordarci che esiste un altro baricentro, mediterraneo, fatto di culture, città, tecniche costruttive e saperi millenari che hanno ancora molto da dire. Valorizzare questo patrimonio non significa guardare indietro, ma riconoscere che una parte delle risposte al futuro può nascere proprio dal dialogo tra quella storia e le tecnologie di oggi.